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Lavorare - un frammento di Wu Ming 1

"Lavorare" può voler dire molte cose. La critica al lavoro come sfruttamento e alienazione non implica l'apologia dello svacco e del non fare un cazzo. Non ho intenzione di teorizzare sopra questo assunto: il mio approccio è puramente pragmatico. Esiste un "lavoro" che è creazione e auto-realizzazione.
Un sarto è contento quando fa un bel vestito, un artigiano freak è contento quando fa una bella scultura di fil di ferro e riesce a venderla montando un banchetto al mercatino, un musicista di strada è contento quando la gente si ferma ad ascoltarlo, batte il ritmo col piede e sorride, il Sottoscritto è contento quando riceve feedback e commenti su qualcosa che ha scritto cercando di metterci cuore e cervello.
Chiaramente non si tratta del lavoro salariato e alienato, sotto padrone o comunque subordinato [come molto lavoro fintamente "autonomo" oggigiorno], il job, il "travagliare" legato alla "produttività".
La lingua italiana è ambigua, non distingue tra quest'ultimo tipo di lavoro e il lavoro come opera e contributo alla vita delle persone, come intuizione e creatività, come soddisfazione del fare bene le cose. In questo secondo senso, a me piace molto "lavorare".
Tra le varie definizioni della parola "lavoro", il vocabolario Zingarelli dà anche: "Impiego di energia per il conseguimento di un determinato fine";

"Opera intorno a cui si lavora"; "Opera d'arte"; "Ogni realizzazione concreta: 'avete fatto un ottimo lavoro'" etc.
Altre lingue distinguono tra questi significati e quello legato allo sfruttamento.
In inglese "lavoro" si può tradurre con "job", "labour", "toil" e "work".
Job indica il lavoro come impiego, attività socialmente e legalmente regolamentata per la produzione di beni o di servizi;

Labour e Toil indicano il lavoro di fatica, il lavoro manuale, subordinato. Il Labour party era in origine il partito del lavoro industriale dipendente (oggi, lasciamo perdere). Labour significa anche "travaglio" (infatti si usa anche per le doglie della gravidanza), ed è cugino del francese "travail", dello spagnolo "trabajo" e del portoghese "trabalho".
Work è un termine più generico e flessibile, e infatti l'Oxford Dictionary ne dà alcune definizioni molto pragmatiche: "Tasks that need to be done [Cose che c'è bisogno di fare]"; "Thing or things produced as a result of work [Una o più cose prodotte come risultato del lavoro]"; "the result of an action [il risultato di un'azione]"; "a book, piece of music, painting [un libro, una composizione musicale, un dipinto]".
Quando Lou Reed, in Songs For Drella, canta (parlando di Andy Warhol) "The most important thing is work" non intende certo il lavoro glorificato dall'ideologia dei piccoli industriali veneti, la schiavitù salariata dei minatori del Sulcis o degli operai del Petrolchimico di Marghera: intende la soddisfazione di creare, che si tratti di una canzone o di un quadro o di un tavolo o di un nuovo rapporto tra le persone.
Io work e campo dei miei sforzi, e quegli sforzi producono risultati che mi danno soddisfazione. Però sono per il rifiuto del lavoro inteso come legame sociale coatto basato sul job e sullo sfruttamento di chi esegue il labour.

Quando, parlando delle pratiche radicali emerse dalle lotte operaie e studentesche degli anni '60 e '70, si parla di "rifiuto del lavoro", non ci si riferisce al comportamento di chi poteva tranquillamente permettersi di non lavorare. Il soggetto che rifiutava il lavoro non era il Des Esseintes di A ritroso (J.K. Huysmans), non era Dorian Gray, non era il lettrista del Quartiere Latino col vitalizio della nonna. Il rifiuto del lavoro era quello di chi, costretto dall'ordine sociale a lavorare, escogitava i modi per non farlo.
Il "rifiuto del lavoro" venne teorizzato nella società del boom, dell'abbondanza, del progresso tecnologico. Prendeva le mosse da pratiche operaie di sabotaggio, rallentamento e riconquista del tempo, ma presto si allargò alla città, alla fabbrica sociale.
A un certo punto il discorso divenne: "Da un lato c'è una ricchezza prodotta socialmente che va riappropriata, dall'altro persiste la costrizione al lavoro salariato. La ricchezza che viene prodotta col nostro tempo e col nostro olio di gomito va ad arricchire i padroni. Vogliamo avere una fetta della torta, non fare da ingrediente."
Da qui diversi modi di cercare di prendersi la ricchezza socialmente prodotta senza dare in cambio forza-lavoro, o dandone in cambio il meno possibile (lavorare meno).
Quindi il "rifiuto del lavoro" contestava direttamente il modo in cui funzionava la produzione.

E come funziona oggi?
L'economia postfordista è un'economia di "scoppiati": tempi di lavoro che si dilatano, garanzie che scompaiono, messa al lavoro dell'intera sfera emotiva e sensibile... Quando negli anni scorsi si parlava (e spesso si straparlava) di "general intellect", di produzione "immateriale" e lavoro mentale, di informazione (in senso lato) come principale forza produttiva del sistema post-fordista, si intendeva questo: tutti produciamo, perché oggi la produzione è basata sull'immaginario, sul linguaggio e la sua innovazione, sui flussi di informazione che tutti contribuiamo a riplasmare. In inglese esiste la parola "prosumer", per dire che quando si comincia a ragionare su queste cose la distinzione tra produzione e consumo è terribilmente sfumata.
Qui si entra nell'altra annosa questione, quella del reddito sociale, "reddito di cittadinanza", reddito sganciato dal salario classicamente inteso ma agganciato alla produzione di ricchezza come l'ho appena descritta.

A questo punto ripropongo una vecchia boutade dei Luther Blissett romani. Da Luther Blissett - Rivista Mondiale di Guerra Psichica, n.3, Inverno 95/96:

Dichiarazione dei diritti

L'industria dello spettacolo integrato e del comando immateriale mi deve dei soldi. Non scenderò a patti con lei finché non avrò ciò che mi spetta. Per tutte le volte che sono comparso in televisione, al cinema o per radio, come passante casuale o come elemento del paesaggio, e la mia immagine non mi è stata pagata; per tutte le volte che le mie tracce, iscrizioni, graffiti, fotografie, disposizioni di oggetti nello spazio (come parcheggi fantasiosi, incidenti catastrofici o spettacolari, atti di vandalismo, abusivismo edilizio, ecc.) sono state usate a mia insaputa da show o telegiornali; per tutte le parole o espressioni di sicuro impatto comunicativo da me coniate nei bar periferici, nelle piazze, ai muretti, nei centri sociali, che sono poi diventate sigle di trasmissioni, potenti slogan pubblicitari o nomi di gelati confezionati, senza che io vedessi una lira; per tutte le volte che il mio nome ed i miei dati personali sono stati messi al lavoro gratis dentro calcoli statistici, per adattare alla domanda, definire strategie di marketing, aumentare la produttività di imprese che non potrebbero essermi più estranee; per la pubblicità che faccio di continuo indossando magliette, zainetti, calzini, giubbotti, costumi, asciugamani con marchi e slogan commerciali, senza che il mio corpo sia remunerato come cartellone pubblicitario; per tutto questo e per molto altro ancora l'industria dello spettacolo integrato mi deve dei soldi!
Capisco che sarebbe complicato calcolare singolarmente quanto mi spetta. Ma questo non è affatto necessario, perché io sono Luther Blissett, il multiplo e il molteplice. E ciò che l'industria dello spettacolo integrato mi deve, lo deve ai molti che io sono e me lo deve perché io sono molti. Da questo punto di vista possiamo accordarci quindi per un compenso forfeittario generalizzato. Non avrete pace finché non avrò i soldi!
MOLTI SOLDI PERCHÉ IO SONO MOLTI: REDDITO DI CITTADINANZA PER LUTHER BLISSETT!


Chi propone il "reddito di cittadinanza" ritiene sia inevitabile (e auspicabile) sganciare il reddito sia dalla prestazione lavorativa classicamente intesa (perché tutt* produciamo, tutt* vendiamo forza-lavoro mentale, e anche perché un uso più razionale delle tecnologie esistenti permetterebbe già di ridurre drasticamente la necessità del lavoro) sia dall'assistenzialismo e dallo statalismo (perché esiste una sfera pubblica non-statale, e anche perché l'Europa non può che andare verso la creazione di una fiscalità sovranazionale).
In parole povere: un sussidio che non sia una "certificazione di inutilità" o di marginalità, ma proprio il contrario: il riconoscimento che tutti partecipiamo (non retribuiti) alla produzione di immaginario, di comunicazione etc. Non una "pensione minima", almeno non nelle intenzioni: vorrebbe somigliare alle virulente rivendicazioni salariali che spaccarono la vecchia industria fordista e portarono a quel vero e proprio scontro militare che venne chiamato "ristrutturazione".
C'è chi lo chiama "reddito di cittadinanza" e chi lo chiama in un altro modo. Si tratta di una parola d'ordine, di una rivendicazione radicale com'era il "salario uguale per tutti e sganciato dalla produttività".

In linea di massima sono d'accordo su queste premesse, il problema è che in dieci anni e più mi pare non si sia ancora andati oltre, non si sia passati dall'astratto al concreto, non si sia cercato di individuare davvero chi potrebbe erogare quel reddito, stornando i soldi da dove, non si sia riusciti a fare entrare questa rivendicazione nelle piattaforme delle nuove lotte dei lavoratori (o dei disoccupati costretti agli spesso inutili "lavori socialmente utili"). Così rischia di essere una cazzatella consolatoria per intellettuali.

*maggio 2003, montaggio e riscrittura di interventi fatti nel corso di una lunga discussione sul newswire di Indymedia Italia, http://italy.indymedia.org/news/2003/04/273182.php

Post scriptum, 10/09/2004:

Ricevo una mail dal mio amico Lalo:

un interessante commento esoterico sul lavoro che ho udito quest'estate in Francia:
"il lavoro è per i pigri" (
le boulot c'est pour les paresseux)
Ovvero il lavoro è una fuga dal vero lavoro alchemico (quello su se stessi), un vero e proprio... oppio dei popoli!