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"Per nessun motivo si dovranno modificare i generi della musica, dato che, in tal caso, non si potrebbe evitare di scuotere ai suoi fondamenti la costituzione dello Stato" Platone, La Repubblica, IV, 424c New Thing - il romanzo "solista" di Wu Ming 1 Einaudi Stile Libero Big, 14 euro, in libreria dal 26 ottobre 2004. I contenuti di questa sezione sono visibili a tutti, compresi i commenti dei lettori. Per scrivere commenti e/o partecipare a discussioni è necessario registrarsi, vedi colonna di sinistra.
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COMPLICANO TITOLI E CHIARISCONO IDEE QUEGLI ESOTISMI VENUTI DA ORIENTE
Da "Musica Jazz", anno 64, n.6, giugno 2008: Le religioni e filosofie di origine orientale: tradizionali o post-moderne, ascetiche o aziendaliste, serissime o cialtronesche. Induismi, buddhismi, Ba'hai, Osho, Transcendental Meditation®, sincretismi vari... Nella popular culture euro-americana (musica, cinema, moda, grafica, design) il passaggio dai '60 ai '70 fu il periodo dell'entusiasmo da convertiti. Entusiasmo di massa. Spesso artefatto, a volte sincero. Spesso effimero, a volte duraturo. Nel jazz, i dischi si riempirono di intriganti polisillabi indiani, tibetani, giapponesi: Alice Turiyasangitananda Coltrane proponeva viaggi in Satchidananda e gite sul lago Paramahansa cantando "Om Sri Rama Jaya Rama Jaya Jaya Rama", mentre la Mahavishnu Orchestra volava sulle ali del Karma. La fascinazione dell'Occidente per spiritualità o - più spesso - estetiche "esotiche" non è un'invenzione del Novecento, basta leggere Orientalismo di Edward Said, a lungo livre de chevet di tutti gli artisti e pensatori post-coloniali. Schopenhauer è il primo filosofo europeo a riconoscere l'influenza del buddhismo. Si avvicina il Novecento, lenta si prepara una tempesta perfetta. Le guerre mondiali lasciano l'Europa debilitata, incapace di mantenere i propri imperi, anzi, delegittimata a farlo: dopo essere scampati ai nazisti, è dura scoprirsi i nazisti di qualcun altro. A partire dal '54 (sconfitta dei francesi a Dien Bien Phu, Indocina), le potenze coloniali perdono le colonie una dopo l'altra. L'indebolimento del vecchio mondo mette in crisi l'eurocentrismo e iniziano a farsi conoscere altri punti di vista. Da tempo, in alcuni circoli e nicchie culturali, va crescendo l'interesse per l'Asia e le sue culture, grazie a personaggi molto diversi tra loro come Krishnamurti, Guenon, D.T. Suzuki, Alan Watts... Ora quell'interesse deborda, scende in strada divulgato dai beat. The Dharma Bums di Kerouac esce nel '58. Nelle sue poesie, Allen Ginsberg sgancia nomi come Swami Shivananda, Khaki Baba e Citaram Onkar Das Thakur, tra sutra di girasoli e vortici, e mantra del Re di Maggio. Sono già gli anni Sessanta, l'onda sale e sale, nel jazz (Coltrane) e nel rock (Harrison) irrompono i raga indiani, Ravi Shankar porta il sitar nelle sale da concerti. Nel '68 la permanenza dei Beatles e altre celebrità presso il Maharishi è la definitiva esplosione pop, da lì in avanti è epidemia. L'edificio culturale che ne risulta è decisamente neo-barocco, bricolage di pagode, minareti, tempietti, altorilievi, rutilanti ornamenti multicolori. Quarant'anni dopo, di acqua sotto i ponti tra culture ne è passata tanta, nessuno è più un neofita e l'approccio è più tranquillo. Anche nei titoli di brani jazz: meno "aggressioni" criptiche e polisillabiche, meno barocchismi, fiamme interiori, proiettili-zaffiro d'amore puro, visioni di un Oltre color smeraldo, aforismi del guru Sri Chinmoy, beatitudini dell'Eterno Ora etc. E le copertine degli album? Più sobrie, meno mandala psichedelici e motivi floreali, anzi, Renunciation del David S. Ware Quartet, pur iniziando con un - commovente - ringraziamento a Ganesh (il dio elefante dell'induismo, figlio di Shiva e Parvati), ha la copertina completamente nera. E la musica? Meno "cosmica", meno gonfia, con meno horror vacui. Un disco come Nivesana di Daniel Carter e Ravi Padmanabha, "indologico" quanto e più di certi album di una volta, non è per nulla vistoso o fracassone, anzi, è un piccolo gioiello discreto. E il titolo non è appiccicato con lo sputo, come a volte capita, ma ha un senso, è coerente con la musica. Nivesana è un termine pali, la lingua liturgica del buddhismo theravada, usata in India, Bangladesh, Nepal e Sud-Est Asiatico. Significa "casa", "abitazione", "il proprio luogo", ma ha più connotazioni, perché è il sostantivo del verbo nivisati, che significa "abitare" ma anche "entrare", ed è collegato a nivasana che significa "indumento" e a un altro verbo, nivedeti, che significa "rendere noto". Forzando, penso si possa rendere nivesana con "il posto di cui si sa che mi calza come un guanto". Come faccio a sapere queste cose? Grazie al Concise Pali-English Buddhist Dictionary, compilato dal venerabile Buddhadatta Mahathera. Si trova in rete. La musica di Carter e Padmanabha fa precisamente questo: crea un luogo che diventa subito nostro, un luogo che possiamo indossare. Infatti la title-track è quieta e meditativa, il sax di Carter si muove sognante su un tappeto di tintinnii, rimbombi lontani, piccoli clangori. Siamo a casa, senza che questo implichi alcun chiudersi, alcuna ristrettezza di vedute. Abbiamo dovuto attraversare gli esotismi, prima di giungere a questo. Wu Ming 1
LA LAPIDAZIONE
Chi scrive in traduttese e chi invece "scarabottola" MARIO BAUDINO La letteratura italiana contemporanea è scritta, anziché nella sua propria lingua, in «traduttese», ovvero come se fosse tradotta dall’inglese? Se ne parla da tempo, e Giuseppe Antonelli, sul Sole 24 ore, propone alcuni esempi piuttosto interessanti in proposito. Quello più straordinario si cela però in Diario di un patriota perplesso negli Usa, di Filippo La Porta (Edizione e/o): parlando della «dipendenza dall'America» dei nostri scrittori più recenti, il critico ne coglie i segni. C’è il fatto piuttosto evidente che «ambientano le proprie storie... in un’America però mitica, tutta ricalcata su cinema e tv»; ma c’è anche, appunto, «un italiano che sembra una traduzione letterale dell’inglese, con commistioni ovvie». E fa una citazione puntuale, ancorché anonima: «Difficile ignorare il tanfo di merda, man». La frase sta in qualche libro, forse in un recente capolavoro. Forse addirittura in Wu Ming 1, New Thing (Einaudi). La Porta, però, tace. Forse non a torto. Uno così rischia la lapidazione*, ma chi di noi è senza peccato? [...] * Ti piacerebbe, eh? Ma io dico: c'era bisogno di rimuginarsela per quattro anni, in attesa dell'occasione giusta per tirarla fuori? :-) [N.d.WM1]
I TITOLI DEL MISTERO: TRA GONG SILENZIOSI, LINGUE INVENTATE E SUCCHI DI FRUTTA
[Seconda puntata della rubrica "Genealogie", che curo per il mensile "Musica Jazz". Questa è apparsa sul n.540, aprile 2008. La prima puntata si trova qui] "E' un mistero per tutti dove andrò a parare", scrivevo il mese scorso. Ribadisco: l'indagine sui perché di un titolo è sempre a rischio di sbandamenti e depistaggi. Lungi dall'evitarli, occorre trarne buon frutto. Si parte cercando una cosa e si finisce per portarne a casa tutt'altra, inatteso trofeo da mostrare agli amici. Stavo pensando all'influenza latina nella musica di matrice afroamericana. Non latina nel senso di “latino-americana”, ma nell'accezione originale: latina come la lingua dei Cesari, della vecchia liturgia cattolica, del Sacro Romano Impero. Per essere precisi, pensavo a certo latinorum che si trova nei titoli di album e brani, un uso della lingua distorto, bizzarro o addirittura immaginario. Nel campo del rock più “nero” e bluesy vengono in mente il roboante "Vincebus Eruptum" (Blue Cheer, 1969) e il giocoso motto "E Pluribus Funk" (Grand Funk Railroad, 1971). Nel jazz abbiamo, per limitarci a pochi esempi, Hora Decubitus di Mingus, poi il dittico "Vade Mecum" di Bill Dixon e Tony Oxley (1994-96), che contiene un brano intitolato Incunabula, e - della stessa coppia d'artisti - "Papyrus" (1999), che contiene un brano intitolato Sine Qua Non. Altri brani dixoniani con titoli latinizzanti: Vecctor, Negoro Codex e Interruptus. Il flusso dei pensieri mi ha portato al misterioso Illistrum dell'Art Ensemble of Chicago (da "Fanfare for the Warriors", 1974). Il titolo è – fino a prova contraria - un vocabolo inventato, fa pensare a trattati alchemici o segrete carte astronomiche, roba da Peter Kolosimo, che infatti coi suoi libri contribuì al mood degli anni Settanta. Illistrum è un poema mistico-teogonico africaneggiante, recitato da Joseph Jarman su musica composta da Malachi Favors. Vi si narra di come Odwalla (profeta? capostipite? eroe primigenio?) attraversò la "grigia foschia dei mondi-fantasma" per rivelarsi al Popolo del Sole e insegnare loro l'arte del tamburo nonché – delizioso ossimoro – del "gong silenzioso", il cui suono si può vedere. Nella poesia che sostituisce le liner notes dell'album, l'illistrum è definito "utensile della lunga luce" e si dice che "we", pronome dall'evidente implicazione afrocentrica, noi, noi siamo l'illistrum e "we are together / all of us / yes we are". Bene, ma da dove viene la parola? Quali suggestioni hanno portato Jarman a scegliere proprio quei nomi, "Illistrum", "Odwalla"? Quest'ultimo ricorre spesso nella storia dell'AEC, il "tema di Odwalla" è un pluri-decennale cavallo di battaglia del gruppo, disponibile in molte versioni studio e live, ma non mi risulta che Jarman e compagni abbiano mai fornito indizi "etimologici" (se lo hanno fatto, qualcuno me lo segnali). Scopro che "Odwala" significa "malato" in chichewa (lingua del gruppo bantù), ma il profeta del silent gong non sembra soffrire di alcuna malattia. E' a questo punto che la ricerca sbanda e l'esploratore, anziché trovare la sorgente, trova la foce. E quella che arriva al mare... non è acqua. Sì, perché negli USA "Odwalla" è una nota marca di succhi di frutta naturali, integratori e barrette energetiche. Sul sito ufficiale, www.odwalla.com, c'è scritto "how we got the name": "Fu il brano Illistrum, composto da Malachi Favors ed eseguito dall'Art Ensemble of Chicago [...] a ispirare i fondatori della compagnia, che adottarono il nome dell'eroe perché sentirono che la storia simboleggiava la loro missione. Noi odwalliani crediamo che i nostri succhi, con il loro gusto esuberante e i loro principii nutritivi, possano aprire uno spiraglio nella grigia foschia dei cibi senza vita e troppo elaborati." Nemmeno qui viene spiegato "where Jarman found the name", ma continuo a cercare, e ancora una volta scopro altro. Wikipedia riporta, citando fonti attendibili, che "nel 1996 l'attività della Odwalla fu sconvolta da una limitata epidemia di E.coli 057 che, sulla West Coast, provocò la morte di un bambino e 66 casi di infezione [...] La compagnia, in collaborazione con la Food & Drugs Administration, ritirò dagli scaffali tredici prodotti a base di succo di mela non pastorizzato. L'operazione toccò 4600 punti vendita negli USA e in Canada, costò 6,5 milioni di dollari e durò 48 ore. In seguito la Odwalla introdusse nei propri stabilimenti la pastorizzazione-lampo [...] Per la morte del bambino, la compagnia fu giudicata colpevole di negligenza" etc. Un caso isolato, sia chiaro, ma fa pensare a un sinistro "potere delle parole", un potere esercitato in modi che sfidano la nostra comprensione, e che le culture tradizionali sapevano temere. In Italia, dove c'è una forte cultura della scaramanzia, nessuna azienda si chiamerebbe “Malato”, né in italiano né in altre lingue. Compreso il chichewa.
EDIZIONI ESTERE DI "NEW THING": NOTIZIE E RECENSIONI
Nell'autunno scorso è uscito in Francia (in simultanea con Guerra agli Umani di WM2) per le edizioni Métailié, tradotto dal collega e amico Serge Quadruppani. Le recensioni apparse sulla stampa e su vari siti e blog sono state molto buone, spesso tendenti all'entusiastico.
Le Nouvel Observateur ha scritto: "New Thing intreccia le voci dei musicisti, dei giornalisti e della gente di strada. Gigantesco collage, equivalente letterario della tecnica musicale del remix (numerose frasi sono prese in prestito da altri testi, come doverosamente segnalato nell'appendice), New Thing è esso stesso una 'nuova cosa' letteraria, molto appassionante." (Il testo integrale non è più on line) Le Monde ha scritto: "Romanzo corale, indagine di polizia, ma anche jam session politica carica di poesia sincopata e desiderio di rivolta, New Thing fa apparire le ombre di Ornette Coleman e Sun Ra, Albert Ayler e Archie Shepp, Malcolm X e Martin Luther King. E, soprattutto, gli spettri di John Coltrane e Stokely Carmichael, il mago del sax e l'infaticabile militante che inventò il Black Power. [...] un avvincente romanzo polifonico che 'va ben oltre il free jazz'." Testo integrale qui. L'Humanité ha scritto: "New Thing è più sul versante del documentario, documentario punteggiato da improvvise esplosioni oniriche. Ci propone una sequenza di testimonianze fittizie che dicono una verità, di per se stesse o mediante la loro collisione. Quel che ci è dato scoprire è il ruolo dei musicisti neri, il loro status, le loro difficoltà e aspirazioni. [...] Ma la cosa più commovente, la più intrigante è senza dubbio - e semplicemente - il fatto che a scrivere questo libro sia stato un uomo giovane." Testo integrale qui. Il sito L'Italie à Paris ha scritto: "Realizzato in forma di intervista polifonica, o meglio alla maniera del free jazz, dove più personaggi, i cui discorsi si alternano senza essere incastrati tra loro a forza, questo libro è un piccolo capolavoro. La forma atipica della narrazione non toglie nulla al piacere della lettura [...] una galleria di personaggi esilaranti, commoventi, buffi, originali, senza mai essere caricaturali. Ma New Thing è anche un lungo e metodico lavoro d'archivio sull'ingloriosa storia degli Stati Uniti di quell'epoca, con strizzate d'occhio all'epoca nostra, non meno ingloriosa." Testo integrale qui. Recensioni molto approfondite e veri e propri mini-saggi sul libro si trovano su questi siti: Nelle prossime settimane il libro uscirà in Spagna per le edizioni Acuarela & Machado, splendidamente tradotto dalla persona che si cela dietro lo pseudonimo Nadie Enparticular ("Nessuno Inparticolare"), e in Brasile per la Conrad Editora, tradotto da Michele A. Vartuli (e anche questa traduzione è eccellente). Prossimamente, le recensioni in castigliano e portoghese. Vedete, vi tengo aggiornati.
MP3 - WU MING 1 SU FREE JAZZ E IBRIDAZIONI MUSICALI
Ogni domenica, alle 16:30, su Radio Città del Capo (nodo bolognese di Popolare Network) va in onda una trasmissione chiamata "Boomerang", condotta da due tizi che si chiamano Simone e Vanes. A "Boomerang" si seguono percorsi di ibridazioni musicali, sbrogliando matasse sporche di influenze tra artisti, sovente in compagnia di un ospite. Il 18 novembre scorso l'ospite ero io. Ho presentato l'antologia free jazz The Old New Thing (Abraxas, 2007), dopodiché, a briglie sciolte, abbiamo discusso dell'influenza free sul rock della stagione '60-'70 (da Captain Beefheart a Frank Zappa, dagli MC5 di Starship agli Stooges di LA Blues, dai Soft Machine ai Gong, dal Robert Wyatt solista ai Velvet Underground etc.) e del ruolo di certo rock e post-rock di oggi nell'avvicinare i giovani al free jazz più radicale. Ad esempio, non sono inconsueti i passaggi dal metal/grindcore al free, per congiunzione degli estremi. Ascoltate un pezzo dei Nasum e poi un live di John Coltrane del periodo '66-'67: l'assalto sonoro, benché lontano sotto l'aspetto armonico, è vicino sotto l'aspetto timbrico (cioè strettamente sonoro). Per vie del tutto diverse, si arriva a simili epifanie di rumore. L'ho scritto anche nel booklet del cofanetto, e un veterano della critica rock mi ha rimbrottato dalle pagine di un noto mensile. Pazienza. Tra noi due non sono io a essermi perso qualche passaggio... L'anello di congiunzione è proprio la già menzionata Starship di Sun Ra "metallizzata" dagli MC5, e questo succedeva quarant'anni fa. La chiacchierata, escludendo i brani messi in onda, è durata tre densi quarti d'ora. Ora è N.B. Nell'mp3 una mia frase "bucherellata" può dare l'impressione che i protagonisti del film I ragazzi irresistibili (The Sunshine Boys, 1975) siano Jack Lemmon e Walter Matthau, mentre si trattava di George Burns e Walter Matthau. Il film è menzionato perché un recente scazzo sul palco tra Cecil Taylor e Anthony Braxton sembrava preso di pacca da quel mondo di guitti arteriosclerotici.
Recensione di "The Old New Thing" apparsa su Musica Jazz, anno 63, n.7, luglio 2007
“The Old New Thing”. A Free Jazz Anthology, Written And Selected By Wu Ming 1. CD Edited By Pankow. ABRAXAS/ESP DISK (2 Cd più libro), distr. Goodfellas. “Sei un esperto d’esperienza nera?” chiede l’aspirante romanziere afroamericano Willie Spearmint allo scrittore ebreo Harry Lesser in uno dei punti chiave del romanzo Gli inquilini (The Tenants, 1971) di Bernard Malamud. “Detesto tutte quelle cazzate che dicono i bianchi quando parlano dei neri”. Da sempre, ogni volta che ci capita di ascoltare un disco della Esp, ci tornano in mente queste parole, come a volerci mettere in guardia sulle difficoltà e i rischi che corriamo nell’avvicinare una materia ancora così ribollente, un magma sonoro e sociologico che non cessa di turbare – a quarant’anni di distanza – i sonni di molti. D’altra parte, come poche altre o forse nessuna, questa musica continua a essere scomoda, a spaventare, a escludere gli ascoltatori bianchi (non foss’altro perché i neri di oggi l’hanno rimossa da tempo immemorabile) parlando un linguaggio che non possiamo, non riusciamo a comprendere. Black Mysticism, dichiara il titolo di un brano di Charles Tyler qui incluso, e non è un’affermazione di comodo: se dovessimo indicare una e una sola caratteristica della Esp, non avremmo dubbi nel segnalarne la volontà di dare un taglio netto a quanto accadeva nel jazz in quegli anni, più di quanto abbia mai fatto la Impulse in tutta la sua attività. Il misticismo di Coltrane, difatti, non è mai stato “nero” ma del tutto personale, così come la poetica di Cecil Taylor (per citare un altro grande isolato) percorreva strade ben diverse da quelle, iconoclaste, di gran parte degli artisti Esp. Ma anche la storia del taglio netto va presa con un briciolo di cautela. Come fa ben notare Wu Ming 1 nel notevole saggio che correda la sua selezione discografica, non si tratta di innovazione sospesa nel vuoto; anzi, quello che salta subito agli occhi e alle orecchie è il rapporto “non tradizionalistico” con la tradizione. È a noi che sfugge il contesto, non alla comunità nera, dotata allora dei giusti riferimenti per comprendere quel codice. Nel numero di giugno 2007, scrivendo di Andrew Hill e del suo “Compulsion”, parlavamo di un’Africa “misteriosa, insondabile, persino macabra, dove all’uomo bianco non è consentito l’accesso”. Di simili esempi ne troviamo a bizzeffe, nel catalogo Esp: la Exotic Forest di Sun Ra è un esempio quanto mai chiaro, anche se l’Arkestra decide ben presto di muoversi nello spazio siderale, dalle Outer Spaceways al Cosmos. Quel che ancora ci travolge all’ascolto dei dischi della Esp (e oggi ancor più di prima, nel montaggio brillantemente concepito da Wu Ming 1 e assemblato dai Pankow) è la netta sensazione di trovarsi a origliare, nostro malgrado, un messaggio non indirizzato a noi e che non fa niente per includerci nel discorso, anzi è esplicitamente minaccioso e a volte truculento (a cosa si riferiranno le frattaglie, il giblet del feroce brano di Sunny Murray? Meglio non sapere). “Siffatti suoni mai li udisti in vita tua”, recitava il motto dell’etichetta di Bernard Stollman; al quale, se ci è consentito, affiancheremmo volentieri, opportunamente rivisitato, lo slogan del Giallo Mondadori d’anteguerra: “Questa musica non vi farà dormire”. - Conti
AUDIO - Antonia Tessitore intervista Wu Ming 1 (Battiti, Radio 3)
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Malkav on [ Re: "The Old New Thing", doppio cd antologico (+ libro) a cura di Wu Ming 1 ] Ok grazie per le informazioni! :-) wuming1 on [ Re: "The Old New Thing", doppio cd antologico (+ libro) a cura di Wu Ming 1 ] No, non il libro "New Thing". Un libro di accompagnamento alla compilation. Malkav on [ Re: "The Old New Thing", doppio cd antologico (+ libro) a cura di Wu Ming 1 ] Domanda: "doppio cd + libro" si intende il libro "new thing" vero? Stavo pensando[continua ] wuming1 on [ Re: L'ultima sera di logorrea di fronte a un registratore, Campobasso 2005 ] E pure da adulto mica scherzava... :-) betty on [ Re: L'ultima sera di logorrea di fronte a un registratore, Campobasso 2005 ] Errol Flynn era un bambino sociopatico! ahahahaha seia on [ Re: Matilde ] E' la tua opera più bella. Auguri dolcissimi. tom on [ Re: Matilde ] Auguroni a voi e una carezza lieve alla piccola Matilde. a presto prodanh on [ Re: Matilde ] Evviva Matilde! Auguri di cuore Roberto le bimbe sono un dono del cielo, delle st[continua ] archie shepp on [ Re: Matilde ] Augurissimi alla famiglia. e complimenti... é bellissima. wuming1 on [ Re: "De-bugging" - usate questo thread per segnalare refusi etc. ] Ciao Alessandro, grazie mille, inserisco le correzioni. Non sono un programmatore ma posso [continua ] AlessandroGazoia on [ Re: "De-bugging" - usate questo thread per segnalare refusi etc. ] Spero di non disturbare segnalando alcune cose sul file NewThing.rtf. Pag 4: wuming1 on [ Re: Intervista a Wu Ming 1 su "Medicine Show", febbraio 2005 ] Ciao Seia, è presto detto. Forse certo jazz era considerato di[continua ] seia on [ Re: Intervista a Wu Ming 1 su "Medicine Show", febbraio 2005 ] Ciao, c'era una domanda che volevo farti e che non era il caso di inserire nell'intervista,[continua ] Cosmopato on [ Re: "New Thing" il libro più "autoridotto" a Bologna durante lo sciopero generale ] Leggilo, appena hai tempo. Non è interessante. È di più. wuming1 on [ Re: "New Thing" il libro più "autoridotto" a Bologna durante lo sciopero generale ] Ho letto due o tre recensioni di Garbageland (ce n'è una anche su blackmailmag), ma non ho letto il [continua ] |
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